Letta, i populisti e l’inchino ai tedeschi

Di fronte all’evidente allargarsi dell’insoddisfazione popolare per i  risultati della “politica europea”, o come tale  presentata da pavidi governi nazionali, pare non si trovi di meglio che ripetere giaculatorie contro il “populismo”. Enrico Letta non si è sottratto all’obbligo di far parte del coro, senza rendersi conto che esso è intonato agli interessi tedeschi, i quali confliggono ormai in modo evidente sia con quelli italiani, sia con quelli euromediterranei.
7 AGO 20
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Di fronte all’evidente allargarsi dell’insoddisfazione popolare per i risultati della “politica europea”, o come tale presentata da pavidi governi nazionali, pare non si trovi di meglio che ripetere giaculatorie contro il “populismo”. Enrico Letta non si è sottratto all’obbligo di far parte del coro, senza rendersi conto che esso è intonato agli interessi tedeschi, i quali confliggono ormai in modo evidente sia con quelli italiani, sia con quelli euromediterranei. L’interesse della maggiore potenza economica europea è concentrato, com’è evidente, sull’accrescimento delle proprie esportazioni (anche al di là dei limiti teoricamente imposti da trattati, che però vengono letti a senso unico). Questo ha contribuito a cronicizzare la stagnazione di molti partner, al punto che le popolazioni europee sentono ormai l’euro, manovrato solo a favore dell’export tedesco nonostante qualche velleitaria iniziativa di Mario Draghi, come una trappola anziché una risorsa. Presentarsi alle prossime elezioni europee con una retorica dell’europeismo, ma priva di una robusta proposta di cambiamento delle politiche europee, sarà un’operazione senza prospettive e senza esito. Questa scelta appare particolarmente miope e subalterna in una fase in cui si cominciano a presentare le condizioni e lo spazio reale per imporre una svolta: da un lato la consapevolezza dell’intollerabilità dell’egemonismo tedesco che si fa strada nelle élite di vari paesi, non solo mediterranei; dall’altro l’alternativa all’austerità soffocante presentata dalla politica di crescita sostenuta, ormai in aperta polemica con la cancelleria di Berlino, dalla finanza e dall’economia americane, che finiranno probabilmente per fare giustizia delle imbarazzanti oscillazioni dell’Amministrazione di Barack Obama.
Letta sa bene che l’accordo di libero scambio tra Europa e America è lo scoglio al quale si può aggrappare chi sente l’esigenza di mettere al centro le politiche di crescita, e lo ha anche affermato solennemente in varie occasioni. Ma poi non sembra disposto ad affrontare conseguentemente gli ostacoli posti dalla Germania (che teme una svalutazione del dollaro) e a promuovere un’intesa per lo sviluppo che potrebbe diventare maggioritaria nelle istituzioni e che di certo lo è nell’opinione pubblica europea. Più si continua a mitizzare retoricamente l’Europa, più si accusa il “populismo” disfattista, e più si rende evidente la distanza che separa le idealità europeiste da una realtà economica, politica e istituzionale disperante. Chi oggi pensa che si sia imposto l’egoismo tedesco al posto del solidarismo europeo, non è un populista: è un osservatore che non si è fatto turlupinare, e se questa opinione è diventata popolare, vuol dire che il popolo vede più chiaramente delle sue élite.